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01/02/2026

Ufficio Spirituale?

Carissimi confratelli salesiani e laici impegnati nelle CEP e nelle Équipe di Pastorale Giovanile, veniamo dalla bellissima festa di San Giovanni Bosco, celebrata proprio ieri, 31 gennaio. Ne portiamo ancora nel cuore il clima, la gratitudine, la gioia e quel senso profondo di appartenenza che ogni anno ci riporta all’origine della nostra vocazione e della nostra missione. In questi giorni ci sentiamo particolarmente uniti a lui, al suo cuore pastorale, al suo sguardo instancabilmente rivolto ai giovani.

Don Bosco continua ad accompagnarci non come una figura del passato, ma come criterio vivo e provocante. Don Michele Rua lo ha espresso con parole che restano di grande lucidità: «Non diede passo, non pronunciò parola, non mise mano ad impresa che non avesse di mira la salvezza della gioventù… Realmente non ebbe a cuore altro che le anime». È una testimonianza che ci aiuta a comprendere come per Don Bosco non esistessero spazi neutri o marginali: ogni gesto, ogni scelta, ogni responsabilità era abitata dalla stessa intenzione pastorale.

È dentro questa continuità che si colloca il Focus di questo mese. Ultimamente abbiamo cercato di rileggere la spiritualità a partire dagli ambienti e dalle attività concrete della nostra vita salesiana. Abbiamo riflettuto sulla spiritualità del gioco, dello studio, della pausa, imparando che la spiritualità non si aggiunge alla vita, ma la attraversa. Non vive in compartimenti separati, ma prende forma nei luoghi ordinari in cui passiamo il nostro tempo. Su questa stessa linea si colloca il Focus di questo mese, che ci invita a fermarci su un ambito spesso poco pensato spiritualmente: il lavoro di ufficio. 

Per comprendere la spiritualità dell’ufficio non partiamo da categorie astratte, ma dalla vita concreta di Don Bosco, o meglio da una sua immagine molto significativa: una foto di lui seduto davanti al suo scrittoio, che guarda verso di noi mentre la sua mano è poggiata su diversi fogli di carta. Una parte rilevante del suo tempo fu assorbita da attività che oggi definiremmo amministrative. Con la crescita dell’opera, capì che non bastavano più spontaneità e buona volontà: servivano ordine, ruoli chiari, regole condivise. Per questo strutturò l’organizzazione, definì responsabilità, chiese rendiconti regolari, vigilò sulla correttezza della gestione e intervenne quando l’amministrazione rischiava di diventare confusa. Accettò il peso di questo lavoro perché sapeva che senza una fedeltà quotidiana anche l’opera educativa si sarebbe indebolita. Qui emerge una prima lezione spirituale: la carità pastorale passa anche dal “tenere in piedi” strutture e processi che permettono ad altri di educare

Don Bosco dovette inoltre affrontare lunghe e complesse questioni civili ed educative per difendere scuole e laboratori. Studiò, scrisse, dialogò con le autorità, senza improvvisare. Ne deriva un secondo insegnamento: il lavoro amministrativo non è un optional, ma una responsabilità morale. Fare bene il proprio lavoro è una forma concreta di fedeltà ai giovani affidati.

Ancora più impegnativo fu il confronto con le istituzioni ecclesiastiche e civili: la stesura e revisione delle Costituzioni, le risposte alle osservazioni, l’attesa paziente dei tempi della Chiesa e del Governo. Don Bosco non fuggì da queste lentezze, ma le abitò con perseveranza. Qui riconosciamo un terzo atteggiamento: la pazienza istituzionale come obbedienza concreta, non rassegnata, ma responsabile.

In tutto questo, una cosa rimase sempre chiara: nulla era fine a se stesso. Ogni scelta amministrativa era valutata a partire dalla missione. La domanda era semplice: serve ai giovani e alle loro famiglie o no? È il primato della missione che impedisce all’ufficio di diventare puro tecnicismo e lo restituisce al suo senso evangelico.

Don Bosco fu uomo di scrivania, non per vocazione burocratica, ma per fedeltà pastorale. Il lavoro di ufficio diventa, nella tradizione salesiana, uno dei luoghi concreti in cui la carità prende forma, spesso in modo nascosto, ma decisivo.

Questo vale oggi per molti di noi, in forme molto concrete. Nel lavoro di ufficio di noi salesiani, docenti, presidi, educatori, segreterie, entrano la preparazione di bilanci e rendiconti, la stesura di verbali e relazioni, la compilazione di registri, la gestione di orari e contratti, il confronto con normative, enti pubblici e famiglie, la cura di pratiche che richiedono precisione, riservatezza e responsabilità. È un lavoro spesso silenzioso, talvolta faticoso, poco riconosciuto, ma da cui dipende la qualità educativa delle opere e la serenità delle comunità. Anche qui, come ai tempi di Don Bosco, la missione passa da scelte apparentemente piccole, ma decisive.

Anche in questo caso, come nell’ultimo Focus, possiamo parlare di una mistica del quotidiano, di una fede che non si fonda su esperienze straordinarie, ma sulla fedeltà feriale, spesso silenziosa, poco gratificante. È nella vita ordinaria che si vive una fede adulta, capace di responsabilità e di fedeltà negli ambiti all’apparenza meno incisivi rispetto all’educazione diretta dei giovani. Il lavoro di ufficio rientra pienamente in questa logica. È uno di quei luoghi in cui non accade nulla di “spiritualmente evidente”, ma in cui si misura la qualità reale della nostra fedeltà. Qui la fede non si nutre di emozioni, ma di scelte e di responsabilità. In questa prospettiva, Don Bosco appare sorprendentemente attuale. La sua santità passa anche dalla scrivania, da un lavoro nascosto, faticoso, poco narrato, ma decisivo. È una santità che tiene insieme cuore pastorale e responsabilità organizzativa, senza separarli.

Questo Focus non vuole idealizzare il lavoro di ufficio, né nasconderne la fatica. Vuole però aiutare a riconoscere che proprio in questi luoghi si gioca oggi una spiritualità adulta, capace di fedeltà, di competenza e di durata. Allora lascio come sempre una provocazione, per tutti: come viviamo il lavoro di ufficio? Come tempo puramente funzionale o come tempo in cui si incarna, giorno dopo giorno, la nostra carità pastorale?

Forse scopriremo che anche dietro una scrivania, tra una scadenza e un verbale, continua a risuonare quella promessa che Don Bosco fece a Dio e che interpella ancora anche noi oggi: non avere altro a cuore se non le anime.

 

don Emanuele Zof

DELEGATO PG - INE