I siti dell'ispettoria

Cliccando sui link sottostanti potrai visitare gli altri siti ispettoriali.

08/07/2026

Omelie funerali don Francesco e Alberto

Omelia Funerale di d. Francesco Andreoli​​​, di don Enrico Gaetan

Schio, 3 luglio 2026

 

Sento un peso, un macigno nel fare questa omelia. E sento che il mio cuore non può, non riesce, e non vuole dire tutto. Vuole conservare e custodire! 

Nei giorni scorsi tanti hanno scritto di Alberto e d. Francesco. Io stesso, come i familiari e i confratelli salesiani, abbiamo ricevuto centinaia di messaggi di cordoglio, vicinanza, affetto, preghiera… Tanti ricordi, belli, vivi, precisi che ce li hanno descritti e ricordati per come erano veramente. Se li mettessimo tutti assieme ne uscirebbe la predica più completa! Ma sarebbe lunghissima e non ci basterebbe il tempo di una messa.

Il vescovo di Udine, che non conosceva né Alberto né Francesco, ma come tanti ha appreso la triste notizia, si è fatto vicino con un semplicissimo messaggio: “Prego il Signore che sia Lui a consolarvi”. Banale??? Non credo! Perchè in questo momento, la cosa di cui abbiamo più bisogno, tutti, familiari, confratelli, amici, giovani… tutti abbiamo bisogno della consolazione di Dio. E "Dio - diceva Newman - non ci consola per renderci confortevoli (per farci stare bene), ci consola per renderci consolatori".  

E allora vorrei proporre un gesto al celebrante (d. Fabio), se possibile: per questa volta sostituire il “segno della pace” (che ci scambieremo dopo) con un “abbraccio di consolazione”. Perché la consolazione di Dio passa attraverso la nostra consolazione!  

Ho meditato su quale poteva essere la pagina di Vangelo più adatta per accompagnare Alberto e Francesco all’abbraccio del Padre. E il cap. 11 di Giovanni mi è sembrato il più indicato: ci sono le domande umane, ci sono le lacrime, il pianto di Gesù, c’è l’amicizia profonda di Marta e Maria e c’è la resurrezione di Lazzaro. E’ una pagina dove il dolore e la morte sembrano prendere il sopravvento ma è solo apparenza, è solo temporaneo… perché vincono la vita, l’amicizia, l’amore.

"Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto!". Così Marta e Maria accolgono Gesù, quasi con un rimprovero. E il loro grido, umanissimo è lo stesso che rimbomba in noi: “Signore, dov'eri in quella galleria? Perché non hai fermato quell'auto? Perché proprio in quel giorno? Perché così? Perché? Perché? Perché? Se tu ci fossi stato, Signore!

Di fronte alla morte dell’amico Lazzaro, Gesù non fa una lezione di teologia, non spiega il mistero della morte. Fa una cosa molto più semplice e umana: si commuove profondamente e scoppia a piangere. Gesù piange! Come me, come i familiari, come tutti noi. Un pianto che non dice “poca fede”, dice “tanto amore”!

E cosa ancora più bella è la delicatezza di Gesù che accetta lo sfogo di Marta e Maria, non le rimprovera per la loro esternazione, quasi irriverente. Il Signore accetta anche i nostri sfoghi, i brontolamenti, la rabbia! Ma risponde! E dice: “io ci sono e sono la vita!”. Sono colui che qui, adesso, al presente, fa rinascere e ripartire. E sembra dire all’amica Marta: “Sei tu, invece, da resuscitare; e devi farlo oggi… non devi rimandare questa cosa a domani”. 

Siamo proprio noi (vivi) ad avere bisogno di resurrezione! Oggi, prima ancora che nella vita eterna… abbiamo bisogno di resurrezione e vita perchè il dolore ci ha straziato! A quelle due sorelle disperate e in lacrime, Gesù dice che c’è! Dice il suo bene per loro. E’ questo che fa risorgere!

Quando ci sentiamo voluti bene risorgiamo; quando vogliamo bene a qualcuno lo facciamo risorgere. Noi vogliamo bene a loro due e li sentiamo qui con noi. Loro vogliono bene a noi! Noi facciamo risorgere loro… e loro fanno risorgere noi, con il bene. Questo deve consolarci! 

Le Costituzioni salesiane dicono: “quando avviene che un salesiano muore lavorando per le anime, la Congregazione ha riportato un grande trionfo”. C'è un dettaglio drammatico ma teologicamente potente, che non può passare inosservato: Alberto e Francesco sono morti insieme, mentre condividevano la strada, la vita di oratorio, il gusto di spendersi gratuitamente per gli altri. 

C'è una misteriosa e dolorosa bellezza, c’è qualcosa di glorioso nel fatto che l'ultimo istante terreno li abbia visti uniti. Questa è l’essenza più pura dell'oratorio: camminare insieme verso il Cielo. Salvare anime!  

Penso ai genitori di Alberto, al vostro giglio che si stava ancora aprendo alla vita: d. Francesco ha portato l’anima di vostro figlio, il suo scrigno più segreto, direttamente davanti a Dio. E gliel’ha presentato come la perla preziosa trovata nel campo dell’oratorio. Quella perla di così alto valore per cui vale la pena lasciare tutto

Vedo tanti, tantissimi ragazzi e giovani oggi. La vostra presenza/amicizia è il regalo più bello che fate ad Alberto e d. Francesco. Mi piacerebbe indirizzare proprio a voi l’ultimo grido del Vangelo, quelle parole che in modo imperativo escono dalle labbra di Gesù: “Lazzaro, vieni fuori”. 

E’ un invito a uscire dal sepolcro, a ripartire, a riprendere vita, a liberarsi da ciò che immobilizza. Sono certo che Alberto e d. Francesco sono lì con Gesù a urlare con la stessa grinta: ragazzi uscite dal dolore, tornate a vivere.

Sarebbe triste, tanto triste, se le vite dei nostri due amici non scuotessero almeno un po’ le nostre vite; sarebbe triste se dovesse capitare di rimanere chiusi nel sepolcro della paura, del dolore. 

Ragazzi/giovani: Alberto e Francesco ci spronano a donare la vita, a spenderla per una buona causa, a continuare quello che loro stavano facendo.

Una delle cose più belle che Francesco mi confidava quando mi chiamava era la gioia di vedere che alcuni animatori portavano avanti le attività dell’oratorio prendendosi delle responsabilità, mettendosi in gioco, preoccupandosi dei più piccoli. Se questo continua, se ci riuscirete… vuol dire che la vita dei nostri due amici avrà fatto risorgere la vostra vita!  

Vorrei chiedere ad Alberto e ai suoi familiari una piccola licenza: un pensiero per te Francesco. Spero che nessuno si offenda. 

Francesco: mi hai coinvolto nel tuo testamento spirituale. Ma mi anche sconvolto con la tua determinazione.

Un prete che per ufficio sceglie il cortile; che come abito da lavoro preferisce la tuta, che come strumento di lavoro cerca la confidenza dei ragazzi… è un folle! E’ follia d’amore… per i giovani! E’ don Bosco vivo! E’ santità del quotidiano!

Hai saputo bussare delicatamente nella mia vita con qualcosa che sapevi essere importante per me, qualcosa che andava alla radice della mia vocazione: il desiderio di paternità

Ma: più che io padre per te… sei stato tu fratello per me. Un fratello per il quale rileggendo alcune pagine di vangelo ne sei stato la trascrizione più viva:

Tu sei stato un pastore buono con l’odore delle pecore… sei stato un salesiano preoccupato di salvare anime… Sei stato un sacerdote che ha spezzato il pane dell’eucarestia e ti sei spezzato come eucarestia per dare a tutti quelli che incontravi un pezzetto di Gesù. Sei stato un ministro delperdono che allargato le braccia della misericordia di Dio.

Sei stato il profumo di Cristo che ha effuso la fragranza della gioia. Sei stato il terreno buono che ha permesso ad altri di crescere e portare frutto. Sei stato un chicco di frumento che ha moltiplicato il bene. Sei stato lampadache ha illuminato e sale che ha dato gusto alle relazioni. Sei stato casa costruita sulla roccia dove molti si sono sentiti accolti e custoditi.

Adesso sei la vite potata da Dio perchè porti più frutto. E sai di quali frutti abbiamo bisogno perchè li desideravi anche tu!

Tu hai saputo perdere per dare, e questo ti fa ricco e ti assicura il premio della vita eterna. 

Per me sei stato Pasqua; un assaggio infinitamente dolce di Paradiso. E questo mi fa risorgere dal dolore.

Francesco: adesso, prima di iniziare a correre per i cortili del Paradiso, ti chiediamo un’ultima cosa: prendi per mano Alberto e accompagnalo vicino a Maria, mettilo sotto il suo manto. Poi chiamati vicino d. Bosco. E tutti insieme fate una carezza alle vostre mamme e ai vostri papà, ai fratelli e le sorelle, a tutti i vostri familiari. Noi aspetteremo qualche istante in silenzio!

Adesso che li avete consolati… fate una carezza di consolazione anche a tutti noi!

 


 

Omelia mons. Domenico Pompili, vescovo di Verona

Verona, 4 luglio 2026

 

«Siate sempre lieti nel Signore. Ve lo ripeto: siate lieti».

Per quanto faccia strano sentire oggi risuonare queste parole dell’apostolo Paolo, in realtà solo l’allegrezza, anzi, come direbbe san Giovanni Bosco, la santa allegria, è in grado di spiegare vite come quella di don Francesco e di Alberto. Diversamente, non senza una punta di cinismo, qualcuno potrebbe pensare che siano stati soltanto segnati da ingenuità, anime belle. E invece c’è qualcosa di più profondo: la loro amabilità, che ha colpito tutti, facendo di un giovane prete e di un ragazzo animatore una forza più forte della morte.

Ma da dove nasceva questa energia interiore, che moltiplicava l’altruismo, il coraggio o, più semplicemente, il sorriso? Dal sentire, come scrive Paolo, che il Signore è vicino e dunque non c’è tempo da perdere.

Don Francesco, azzardo con licenza da parte dei genitori, aveva una percezione contratta del tempo, perché così gli diceva anche il papà. Avvertiva cioè l’urgenza di non menare il can per l’aia e di vivere ogni istante a mille, ma non in termini di velocità, quanto piuttosto di profondità. Per lui ogni parola, ogni sguardo, ogni incontro era una scintilla per riaccendere la vita, per ridestarla, per rilanciarla.

Nel suo breve ma intenso testamento spirituale, che tutti quanti abbiamo sicuramente letto e riletto in questi giorni tragici, lo dice ben chiaro Francesco: «Signore, io ti posso dire solo grazie», a caratteri cubitali. «Grazie. Grazie per questa vita che mi hai fatto vivere con entusiasmo. Grazie per mamma, papà, Laura e Ico, che sono state le persone che mi hanno custodito e amato da sempre: una famiglia e una casa speciali. Nulla di quello che sono ci sarebbe stato senza di loro».

Poi Paolo prosegue con un invito esplicito, che è rivolto anche a noi in questo preciso momento: «Non angustiatevi per nulla. E la pace di Dio, che sorpassa ogni intelligenza, custodirà i vostri cuori e i vostri pensieri in Cristo Gesù». Stare concentrati su Cristo Gesù è dunque l’antidoto alla paura e all’ansia.

Nell’epoca delle passioni tristi, le prime vittime dell’ansia sono proprio i piccoli di cui abbiamo ascoltato nella pagina del Vangelo secondo Matteo: quei piccoli che ogni giorno don Francesco avvicinava senza giudizio alcuno, conquistandone ogni volta la confidenza. Così don Francesco è diventato un animale da cortile, un compagno inseparabile per correre, saltare, gridare, ridere, cantare, liberando in ciascuno e in ciascuna la parte migliore di sé, quella più originale e creativa.

E questo in virtù del suo legame speciale con il Maestro, contemplato nel Crocifisso. Sì, il Crocifisso che è stato posto qui, questo di fronte al quale, mi è stato detto, Francesco ha maturato la sua scelta di vita, a riprova di un amore concreto e mai languido.

La lettera di Paolo ai cristiani di Filippi si congeda con questa affermazione perentoria: «Ciò che avete imparato, ricevuto, ascoltato e veduto in me è quello che dovete fare». Penso che don Francesco, con la sua disarmante semplicità, ci direbbe forse in questo momento le stesse cose dell’apostolo.

Cosa dunque abbiamo imparato, ricevuto, ascoltato e veduto in questo giovanissimo prete dell’oratorio? Una cosa su tutte: la sua arte educativa. Certamente salesiana fin nelle midolla, ma, nella sua vicenda concreta e perfino nel suo epilogo, un’arte, quella dell’educazione in don Francesco, segnata dal limite e aperta a ogni possibilità.

Don Francesco sapeva che l’amore ben esercitato non garantisce sempre il risultato. Nessuno può vivere al posto di un altro. C’è qualcosa di intrasmissibile nel cuore di ogni storia umana e riconoscerlo non è una resa: è una legge che libera. Ci libera dall’ansia del risultato, dalla pretesa di controllare l’esito, dall’illusione di essere noi i protagonisti del cambiamento altrui.

Francesco non improvvisava mai, e tuttavia sapeva che l’imprevisto è una promessa, non una minaccia. Come scriveva il nostro poeta Montale: «Un imprevisto è la sola speranza».

Questa speranza ora dia forma alla nostra vita e alla nostra passione educativa.