Never Alone?
Carissimi confratelli e laici delle nostre Comunità Educative Pastorali, entriamo nel mese di maggio, mese che si apre con la festa a San Giuseppe Lavoratore, ma che è dedicato a Maria con diverse feste e che - come salesiani - quest’anno festeggeremo il 25 maggio e non il 24, perchè quel giorno sarà Domenica di Pentecoste, che ci ricorda come lo Spirito Santo sia al principio di tutte le nostre opere di evangelizzazione. Maggio ci educa a riconoscere che la vita cristiana non è un cammino solitario ma accompagnato. In questo mese tutto ci dice che Dio non lascia mai l’uomo da solo, ma lo raggiunge, lo prende per mano, lo conduce dentro una storia. E questa parola risuona oggi con una forza particolare, perché intercetta una delle esperienze più diffuse tra i giovani e, a volte, anche tra noi: quella della solitudine, del camminare senza qualcuno che davvero conosca, ascolti e accompagni.
Dentro questa luce, torna con forza il sogno dei nove anni di Don Bosco che non è solo un racconto delle origini, ma una chiave interpretativa della nostra missione. Giovannino si trova disorientato, non comprende, è quasi smarrito davanti a ciò che gli accade. E lì, nel cuore di quella confusione, accade un gesto semplice e decisivo: Maria lo prende per mano. E Giovannino, senza forse capirlo fino in fondo, accetta di lasciarsi guidare. È così che nasce la sua vocazione: da un’esperienza di accompagnamento. E allora, quel “Never alone” che oggi campeggia sulle nuove felpe del Movimento Giovanile Salesiano e quel “Mi prese per mano” delle felpe precedenti, non sono solo una trovata comunicativa efficace, ma la traduzione attuale di una verità antica e profondamente carismatica: la vita fiorisce quando qualcuno ci prende per mano e ci dice che non siamo soli.
Se questo è vero, allora la scelta che abbiamo fatto nel P.O.I. assume un peso ancora maggiore. Mettere al primo posto il Principio del “farsi accompagnare e accompagnare” dice una presa di posizione spirituale. Un ritorno all’essenziale. Dobbiamo avere il coraggio di chiederci con sincerità: i giovani che abitano i nostri cortili, le nostre scuole, i nostri oratori, si sentono accompagnati oppure semplicemente inseriti in una proposta ben organizzata? Perché il rischio, oggi, non è quello di fare poco, ma di fare molto senza entrare davvero nella vita delle persone.
Papa Francesco ha voluto con forza inserire la festa di Maria Madre della Chiesa e questo ci aiuta ad allargare lo sguardo. L’accompagnamento cristiano non è mai solo una relazione tra individui, ma è sempre inserito dentro una maternità più grande. È la Chiesa che accompagna verso Cristo. È la Chiesa che genera alla fede, che custodisce, che guida. E lo fa in modo concreto attraverso i sacramenti. In questo cammino, Maria non resta sullo sfondo ma diventa presenza viva, madre che continua ad accompagnare. Don Bosco l’ha invocata come Aiuto dei cristiani proprio perché l’ha sperimentata così: concreta, affidabile, presente nella storia.
E qui si apre la luce della Pentecoste. Se Maria prende per mano, è lo Spirito che muove il cuore. È lo Spirito il primo accompagnatore. È Lui che precede ogni nostro intervento, che lavora nelle profondità della vita dei giovani, che suscita domande, inquietudini, desideri. Noi non accompagniamo mai da soli. Quando accompagniamo davvero, entriamo in un’opera che non è nostra. Questo ci libera da una certa ansia di prestazione pastorale e allo stesso tempo ci responsabilizza: siamo chiamati a riconoscere e sostenere ciò che lo Spirito già sta facendo. Al tempo stesso riconosciamo onestamente una fatica: pur ricche di iniziative, le nostre opere faticano a generare relazioni profonde. I giovani partecipano, ma spesso non sono accompagnati pienamente e in modo comunitario. Da qui esprimo un invito a crescere insieme, come “comunità salesiana”, nell’arte dell’accompagnare con sapienza i giovani. In che modo, direte?
André Louf, rileggendo un apoftegma dei padri del deserto, riporta questo dialogo semplice e disarmante: un fratello chiede se deve dare ordini agli altri, e l’anziano risponde: «No… diventa per loro un modello, non un legislatore». E poi aggiunge: «la guida è molto più di un maestro, è lui stesso l’insegnamento, la sua vita costituisce il messaggio. La vita desta la vita»1. Noi spesso pensiamo di accompagnare attraverso ciò che diciamo, attraverso i consigli che offriamo, attraverso le indicazioni che diamo. Invece la tradizione più autentica ci dice che l’accompagnamento passa prima di tutto da ciò che siamo. Da come viviamo comunitariamente.
Don Bosco accompagnava così. I giovani non lo seguivano perché dava ordini, ma perché la sua vita parlava. Lo guardavano, lo osservavano, respiravano il suo modo di stare, il suo modo di credere, il suo modo di amare. Era lui stesso il messaggio. E Maria, nel sogno, fa esattamente questo: non insegna dall’esterno, ma si pone accanto. La guida è una presenza, non un discorso. Allora la domanda diventa inevitabile: noi cosa trasmettiamo davvero? Le nostre parole o la nostra vita? Le nostre strutture o il nostro modo di stare accanto? Perché se l’accompagnamento resta sul piano delle indicazioni, difficilmente toccherà il cuore. Ma se passa attraverso una vita abitata, allora sicuramente genererà qualcosa.
Alla fine, tutto converge in una semplice consegna. Le nostre opere sono chiamate a diventare luoghi in cui un giovane possa dire, senza bisogno di spiegazioni: qui non sono solo. Non perché trova tante attività, ma perché trova qualcuno che lo guarda, che lo conosce, che cammina con lui. E attraverso questa esperienza arriva a scoprire che quella promessa – «non temere, io sono con te»2 (Is 41,10) – non è solo una parola antica, ma una realtà che prende carne nella sua vita. Forse è proprio da qui che siamo chiamati a ripartire: non da nuove idee, ma da una mano tesa. Quella di Maria, quella dello Spirito, quella delle nostre comunità. Perché la vita cristiana, ieri come oggi, nasce così. E cresce così. Sempre accompagnata. Sempre “mai sola”.
don Emanuele Zof
DELEGATO PG - INE
---
1 "Un fratello chiese ad abba Poemen: 'Dei fratelli vivono con me; vuoi che dia loro ordini?'. 'No - gli dice l'anziano - fa' il tuo lavoro tu, prima di tutto; e se vogliono vivere penseranno a se stessi'. Il fratello gli dice: 'Ma sono proprio loro, abba, a volere che io dia loro ordini'. Dice a lui l'anziano: 'No! Diventa per loro un modello, non un legislatore'". Questo aspetto della tradizione monastica cristiana richiama singolarmente un altro detto - appartenente, questo, alla tradizione chassidica del giudaismo - in cui un discepolo spiega come gli sia bastato guardare il proprio maestro che si allacciava un sandalo per restare edificato: un semplice gesto e il messaggio è trasmesso! La guida infatti è molto più di un maestro: è lui stesso l'insegnamento, l'intera sua vita costituisce il messaggio. La vita desta la vita. E l'anziano o l' accompagnatore si presta a questo mistero di vita non con quello che sa e ancor meno con quello che può dire, ma molto semplicemente in forza di ciò che è e che di conseguenza può trasmettere, nel senso più forte di questo termine, in virtù della qualità del suo essere che irradia senza neanche che lui lo sappia e che delle parole debbano nascere. (A. Louf, Sotto la guida dello Spirito, Qiqajon, pag. 98).
2 Frase inserita nella nuova Felpa “Never Alone”.