“Non serve essere perfetti. Serve esserci.” In un’epoca che corre veloce, ossessionata dalla performance e dal risultato immediato, queste parole hanno risuonato con una forza dirompente durante l’incontro dello scorso 21 aprile presso la nostra Casa Salesiana. Insieme al professor Enrico Galiano abbiamo intrapreso un viaggio profondo nel cuore dell’educazione, riscoprendo che i ragazzi non cercano genitori impeccabili, ma adulti capaci di credere in loro, proprio come faceva Don Bosco: restando accanto, incoraggiando e facendo sentire ogni giovane unico e capace. Oggi questo compito appare più delicato che mai, schiacciato tra l’ansia del controllo genitoriale e la paura di far provare ai ragazzi l’esperienza del dolore. Galiano ci ha invitato a recuperare l’arte giapponese dell’Oya, ovvero il saper stare “in piedi sull’albero a guardare”, imparando l’arte difficile del fare un passo indietro per non sostituirci ai nostri figli nel tentativo di risparmiare loro ogni caduta. Questa forma di “algofobia”, la fobia del dolore che ci spinge a monitorare ogni istante della loro vita, dal registro elettronico alle piccole frustrazioni quotidiane, rischia di trasformarci in ostacoli per la loro crescita. Citando Khalil Gibran, il professore ci ha ricordato che dobbiamo essere come l’arco, solido e flessibile, pronto a scoccare i ragazzi verso il bersaglio della loro esistenza senza pretendere di dirigerne ogni millimetro della traiettoria.
Perché la crescita passi attraverso radici solide, è fondamentale concedere ai giovani il diritto alla propria “fase Amburgo”: proprio come i Beatles dovettero affrontare mesi di fallimenti e locali fatiscenti prima di diventare icone, così i nostri ragazzi hanno bisogno di sbagliare, di inciampare e di ricalibrare i propri obiettivi nel caos della sperimentazione.
La nostra comunità educante è chiamata a praticare un amore “senza se”, incondizionato, capace di accogliere l’errore con un sereno “succede, riproviamo”. Solo così possiamo contrastare quella dolorosa statistica che vede i sogni dei ragazzi crollare drasticamente nel passaggio dalle medie alle superiori. Non è realismo, ma “impotenza appresa”: i giovani smettono di sognare perché noi smettiamo di credere in loro. Qui entra in gioco l’effetto Pigmalione: lo sguardo fiducioso dell’adulto ha il potere di plasmare l’identità del giovane, dando voce a chi urla solo per il bisogno disperato di essere visto.
La riflessione pedagogica di Galiano ha trovato il suo culmine nella toccante storia di Marco, un giovane soffocato dal dovere di essere un campione, per non deludere le aspettative del padre, fino all’autolesionismo. Davanti a quella sofferenza, la risposta di un padre diventa un manifesto per tutti noi: “Preferisco un figlio vivo a un figlio campione”. Accettare i nostri ragazzi nella loro meravigliosa imperfezione è l’unico modo per realizzare la missione della nostra Casa, ricordandoci che, in fondo, è sempre meglio essere veri che essere perfetti.