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01/03/2026

Laboratorio... di spiritualità

Laboratorio… di spiritualità?

Carissimi confratelli salesiani e laici impegnati nelle CEP e nelle Équipe di Pastorale Giovanile, siamo entrati nel mese di marzo e stiamo attraversando il tempo di Quaresima, cammino di conversione e di preparazione alla Pasqua. È un tempo essenziale, sobrio, che ci riporta all’essenziale della fede in cui verificare le nostre scelte e rimettere ordine nelle priorità. La Quaresima ci educa ad andare in profondità, lì dove si decide la qualità della nostra sequela del Signore e la verità della nostra missione educativa. In questo clima, fatto di essenzialità e concretezza, continuiamo il percorso che in questi mesi ci sta aiutando a rileggere la spiritualità dentro i luoghi ordinari della nostra vita salesiana.

Nel mese scorso, a febbraio, sono stato a Torino con i neoassunti, accompagnandoli a visitare i luoghi salesiani. Ogni volta che torno a Valdocco resto colpito da alcuni passaggi della nostra storia che, pur conosciuti, non smettono di provocarmi. Tra questi, uno in particolare: la domenica prima di Pasqua del 1845, alla fine di marzo, Pancrazio Soave si presentò davanti a don Bosco offrendogli uno spazio dove poter fare il suo “laboratorio”. In realtà Don Bosco cercava un oratorio, un luogo per radunare i suoi ragazzi per giocare e fare catechismo. Eppure, nella concretezza della storia, quell’oratorio divenne anche un laboratorio. Un laboratorio vero, dove i giovani imparavano un mestiere, ma anche un laboratorio innovativo di spiritualità, un laboratorio di santità. È a partire da questa memoria viva che, in questo mese, vogliamo affrontare il tema della spiritualità del laboratorio.

Chi entra in un laboratorio lo percepisce immediatamente. Non è un luogo neutro. Ci sono suoni, odori, materiali, strumenti che chiedono rispetto. Chi lavora in un laboratorio conosce la fatica dell’apprendere e l’errore che costringe a ricominciare. Il laboratorio educa alla realtà, perché la realtà non si lascia manipolare. Se una misura è sbagliata, il risultato non regge. Se manca precisione, il lavoro si rovina (ricordo sempre il buon Bepi Arvotti che diceva ai ragazzi che “la meccanica è precisione”). Se si procede con superficialità, le conseguenze si vedono. È una scuola esigente, ma profondamente onesta. Proprio per questo, diventa uno spazio privilegiato di formazione umana e, se sappiamo riconoscerlo, anche spirituale.

Don Bosco non ha mai separato il lavoro dalla crescita integrale dei suoi ragazzi. Nei laboratori di Valdocco si imparava un mestiere, certo, ma si imparava anche la disciplina interiore, la responsabilità, il rispetto dei tempi e delle persone. Il lavoro ben fatto non era solo competenza tecnica, ma educazione della coscienza. L’onestà, la cura degli strumenti, la fedeltà agli impegni non erano dettagli organizzativi, ma scelte morali. In questo senso l’oratorio diventò davvero un laboratorio: non solo di arti e mestieri, ma di umanità redenta, di giovani che ritrovavano dignità attraverso il fare concreto e responsabile.

Il laboratorio insegna una spiritualità del limite e della fedeltà. La materia non si piega ai desideri, chiede pazienza, rispetto, umiltà. Si impara che non tutto è immediato, che la qualità nasce dal tempo, che l’errore non definisce la persona ma può diventare occasione di crescita. È una spiritualità silenziosa, che non vive di emozioni forti ma di perseveranza quotidiana. È la spiritualità di chi resta al banco di lavoro anche quando l’entusiasmo iniziale è finito, di chi rifinisce un dettaglio che nessuno noterà, di chi accetta di ricominciare senza lamentarsi. 

Nella “Notte tra sabato 19 e domenica 20 marzo 1921 a Mosca” Pavel Florenskij scriveva ai suoi “Amati figlioletti” una lettera che sempre mi colpisce per la sua profondità e verità: “Eccovi una cosa che non posso non scrivere: abituatevi, educate voi stessi a fare tutto ciò che fate in maniera perfetta, con cura e precisione; che il vostro agire non abbia niente di impreciso, non fate niente senza provarvi gusto, in modo grossolano. Ricordatevi che nel pressapochismo si può perdere tutta la vita, mentre al contrario, nel compiere con precisione e al ritmo giusto anche le cose e le questioni di secondaria importanza, si possono scoprire molti aspetti che in seguito potranno essere per voi fonte profondissima di nuova creatività [...]”. Riporto questa citazione perché mi sembra che nei nostri laboratori, che siano per la Formazione Professionale o per le attività di animazione in oratorio o nelle catechesi, l’insegnare ai giovani l’arte della precisione e del gusto, sia di fondamentale importanza per la loro crescita umana e spirituale. 

Per molti giovani oggi il laboratorio è uno dei pochi luoghi in cui possono sperimentare concretamente di essere capaci. In un mondo che li espone continuamente al giudizio, alla comparazione e alla prestazione immediata, il lavoro pratico restituisce un’esperienza diversa, che è quella di costruire qualcosa, vedere un risultato, toccare con mano un progresso. È un’esperienza di realtà che rafforza l’autostima in modo sano e li mette in contatto con il proprio limite senza umiliarli. Anche qui si gioca una dimensione spirituale profonda: scoprire che il proprio valore non dipende solo da ciò che si dice, ma da ciò che si costruisce con impegno e responsabilità.

Il laboratorio è un banco di prova anche per noi adulti: richiede pazienza nell'accompagnare (senza sostituirsi), capacità di correggere (senza mortificare) e di esigere (senza schiacciare). Qui l'educatore testimonia con lo stile. La nostra spiritualità si manifesta nella cura dei dettagli, nella coerenza tra ciò che si chiede e ciò che si vive, e nella fedeltà quotidiana al compito, anche se discreto, che costruisce nel tempo.

In questo tempo di Quaresima, mentre ci prepariamo alla Pasqua, possiamo allora rileggere il laboratorio come uno dei luoghi in cui passa il mistero della salvezza. Anche tra un banco da lavoro e un attrezzo consumato si può imparare a vivere con verità, a rispettare la realtà, a crescere nella responsabilità. L’oratorio che diventa laboratorio continua a dirci che la santità non è evasione dalla materia, ma fedeltà dentro di essa.

Lascio, come sempre, una provocazione: come viviamo i nostri laboratori? Sono solo spazi tecnici o luoghi in cui si forma anche la coscienza e la dignità dei giovani? Sappiamo riconoscere, dietro un lavoro ben fatto, un passo verso quella maturità umana e cristiana che prepara alla vita e, in fondo, prepara anche alla Pasqua? Forse scopriremo che proprio lì, nella fedeltà concreta e quotidiana, continua a prendere forma quel laboratorio di santità che Don Bosco ha iniziato e che oggi è affidato anche a noi.

don Emanuele Zof

DELEGATO PG - INE