Carissimi confratelli e laici delle nostre Comunità Educative Pastorali,
nei mesi scorsi sui vari Focus di PG abbiamo cercato di riflettere sulla spiritualità salesiana dentro la vita concreta. L’abbiamo riconosciuta nella preghiera, nel cortile, nello studio, in ufficio, nel lavoro, nella progettazione, nell’accompagnamento, nella tecnologia e nelle relazioni che riempiono le nostre giornate. La proposta di questo nuovo anno pastorale 2026-2027, che ha come titolo: “Segni del suo amore”, raccoglie ora questo percorso e ci consegna una sintesi: la spiritualità salesiana prende corpo quando rende visibile l’amore di Dio nella vita quotidiana.
Le Costituzioni salesiane affermano che siamo chiamati a essere «segni e portatori dell’amore di Dio ai giovani, specialmente ai più poveri». In queste parole troviamo il cuore della nostra identità (non solo per noi salesiani consacrati, ma anche per chi con noi condivide il carisma salesiano). Essere segni significa permettere che un giovane, incontrandoci, possa intuire qualcosa del modo con cui Dio guarda, attende, perdona e incoraggia. Essere portatori significa consegnare questo amore dentro le situazioni reali, conoscendo i nomi, le ferite, le capacità e le speranze dei ragazzi. La spiritualità giovanile salesiana trova proprio nel quotidiano il luogo privilegiato dell’incontro con Dio: l’amorevolezza dell’educatore, l’accoglienza della comunità, la gioia e il servizio diventano vie concrete di fede.
La vita di don Francesco Andreoli ci ha lasciato una parola capace di esprimere tutto questo: «Conta il fatto che ci sei». Esserci significa offrire tempo, attenzione e affidabilità. Significa accorgersi di un giovane prima che debba gridare il proprio bisogno, ricordare una confidenza, accompagnare una fatica senza pretendere risultati immediati, affidare una responsabilità e continuare a credere anche quando il cammino si complica. La presenza salesiana rende percepibile la vicinanza di Dio: un giovane incontra la pazienza del Padre attraverso un adulto che continua ad aspettarlo, sperimenta la misericordia attraverso una correzione che apre una possibilità nuova, comprende la propria dignità grazie a qualcuno che lo considera capace.
Questa spiritualità dell’esserci chiede anche una verifica seria. Le nostre giornate possono riempirsi di riunioni, adempimenti, scadenze e responsabilità gestionali, lasciando poco spazio all’incontro. Possiamo lavorare moltissimo per i giovani e passare sempre meno tempo con loro. La domanda decisiva riguarda allora la forma concreta della nostra presenza: quali giovani abitano davvero il nostro tempo e il nostro cuore?
Durante le Giornate Salesiane di Verona abbiamo riletto i quattro ambienti pastorali principali: scuola, Formazione Professionale, oratorio e opere sociali. Il lavoro ha mostrato che la spiritualità attraversa ogni ambiente e assume forme differenti, pur nascendo dalla stessa carità pastorale.
Nella scuola, l’amore di Dio si esprime come attenzione concreta che incide su didattica, regolamenti e PTOF, superando i confini delle sole celebrazioni e momenti ricreativi. Il docente diventa segno di questo amore valorizzando la persona oltre la prestazione e accompagnando con pazienza le fragilità, per trasformare l’ambiente in una “scuola dell’anima” che educa a umiltà e responsabilità.
Nella Formazione Professionale, l’amore ridona dignità a ragazzi segnati da insuccessi. Attraverso il lavoro di laboratorio e lo stage, l’apprendimento di un mestiere permette loro di scoprire nuove capacità e un futuro. Come emerso a Verona, l’evangelizzazione è uno stile: la presenza nel lavoro quotidiano dimostra a ogni giovane che la sua storia ha valore.
Nell’oratorio, l’amore è tempo donato gratuitamente nel cortile. È necessario bilanciare la complessa gestione organizzativa con la presenza reale tra i giovani, riducendo le distanze tra i gruppi formativi e chi rimane ai margini. L’oratorio diventa così segno dell’amore di Dio, trasformando l’accoglienza in un cammino aperto a tutti.
Nelle opere sociali, l’amore è un’accoglienza tenace che offre una casa e relazioni stabili a giovani vulnerabili. Ispirandosi ai lavori di Verona, emerge l’urgenza di “curare chi cura”, affrontando la fatica emotiva degli educatori con formazione e supervisione. L’obiettivo resta guardare la persona oltre le pratiche, valorizzando in ognuno il punto accessibile al bene.
Scuola, CFP, oratorio e opere sociali esprimono dunque forme diverse della stessa missione. Nella scuola l’amore diventa attenzione e cultura; nella Formazione Professionale dignità e lavoro; nell’oratorio presenza e accompagnamento; nelle opere sociali accoglienza e difesa dei più fragili. La spiritualità attraversa anche contratti, bilanci, orari, regolamenti e criteri organizzativi. Ogni scelta contiene un messaggio educativo.
All’inizio del nuovo anno pastorale, ogni Comunità Educativo-Pastorale potrebbe individuare un segno concreto dell’amore di Dio da rendere più visibile: un tempo stabile di ascolto, una maggiore presenza nei momenti informali, un percorso formativo per i collaboratori, una scelta a favore dei ragazzi più fragili, una collaborazione più forte tra ambienti.
Ricorre quest’anno il 150° anniversario della stesura del primo scritto di don Bosco sul Sistema Preventivo: un testo fondamentale che, ancora oggi, orienta e ispira la nostra azione educativa, guidandoci nell’incontro con i ragazzi e, in particolar modo, con i più vulnerabili. Desidero pertanto dedicare i prossimi Focus all’approfondimento di questo tema strategico per la nostra missione.
Dio continua ad amare i giovani e desidera raggiungerli attraverso il nostro volto, la nostra competenza e il nostro tempo. La scuola, il laboratorio, il cortile e la casa che accoglie un giovane ferito diventano terre della stessa missione. Là siamo chiamati a esserci, con il cuore di don Bosco. E la consegna più semplice e più esigente rimane quella ricevuta da don Francesco: conta il fatto che ci sei.
don Emanuele Zof
DELEGATO PG - INE